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Avv. On. Giuseppe Rossi Milano (1843-1902)

Nella metà dell’Ottocento, quando la Calabria era ancora un mosaico di paesi legati a ritmi antichi e il Regno d’Italia muoveva i suoi primi passi, a "San Floro", piccolo borgo sulle colline di Catanzaro, nasceva Giuseppe Rossi Milano.
Era il 28 ottobre 1842.

Figlio di una terra che aveva conosciuto il Regno delle Due Sicilie, il vento garibaldino e la lenta marcia dell’unità, Rossi Milano scelse presto la via dello studio.
Si laureò in Giurisprudenza, una scelta naturale per chi, nell’Italia del tempo, voleva contare: l’avvocato era insieme interprete della legge e uomo di influenza sociale.

Negli anni in cui la Calabria soffriva ancora le ferite del ''brigantaggio'' e dell’emigrazione crescente, Rossi Milano si fece conoscere come notabile locale, figura rispettata e ascoltata.
La politica nazionale era lontana, ma le questioni del territorio – strade, scuole, collegamenti amministrativi – erano urgenti.

Fu così che, nel 1892, venne eletto deputato alla Camera del Regno d’Italia, iniziando un percorso parlamentare che lo avrebbe visto presente per tre legislature consecutive:
la XVIII, la XIX e la XX.

Era un’epoca di grandi scosse politiche:
lo scandalo della Banca Romana travolgeva la fiducia nelle istituzioni, il governo Crispi reprimeva i movimenti popolari, e l’Italia tentava di affermarsi come potenza coloniale, subendo però la drammatica sconfitta di Adua.

Nel frattempo, nel Sud, i deputati come Rossi Milano portavano avanti soprattutto ''battaglie locali''.

La sua iniziativa più nota fu il ''disegno di legge del 1894 per l’'aggregazione del Comune di Caraffa di Catanzaro al mandamento di Borgia''.
Una riorganizzazione amministrativa apparentemente piccola, ma vitale per la vita quotidiana dei cittadini.

Non era un oratore instancabile né un politico da grandi dibattiti ideologici; piuttosto, apparteneva a quella generazione di rappresentanti che vedevano il Parlamento come un prolungamento della piazza e dello studio legale.
La sua influenza passava anche attraverso vie informali: incontri nei ministeri, scambi epistolari, relazioni personali con altri notabili.

Giuseppe Rossi Milano morì nel 1902 a solo 59 anni.
La Camera dei Deputati gli rese omaggio il 27 novembre di quell’anno.
Per la sua comunità e per la storia politica calabrese resta l’immagine di un ''avvocato parlamentare'' che portò a Roma la voce di un piccolo paese, in un’Italia che stava ancora imparando a essere nazione.
I suoi compaesani con rispettoso e devoto affetto seguitarono sempre a chiamarlo "don Peppino".




fonti:
sitografia
dati.camera.it
Wikipedia
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Tommaso Scarcella (1899 - 1978)
tommaso scarcella

…C'era una volta in un piccolo paese, chiamato San Floro, un certo Tommaso Scarcella fu Tommaso, detto “Tumàsi”, che visse povero e allegro, circondato da tanti amici, ma solo, senza beni di fortuna, ma ricco di inutili cianfrusaglie che egli riteneva essere i suoi veri “tesori”.
Il nostro “Tumàsi” era nato in San Floro il 16 dicembre del 1899 (l'anno detto «della classe di ferro) un'infanzia triste in quanto, perduto presto il padre, visse con la madre fin quando non partì per partecipare alla guerra 1915-18.

Durante il conflitto fu duramente scheggiato alle gambe e, ritornato in San Floro, visse ben sessanta anni sempre con le gambe avvolte in vecchie fasce grigioverdi che, forse, non toglieva nemmeno di notte, sostentandosi con una cosiddetta pensione di guerra che gli consentiva a stento di vivere.
Era senza famiglia ma non era da solo, aveva la compagnia e l’affetto di tutto il paese.

Era la gioia dei bambini poiché egli era prodigo di frutta fresca o secca che raggranellava dagli amici o comprava in «credito» nei vari negozi paesani.
Era la gioia dei giovani, ai quali, specialmente nell'imminenza del Carnevale, preparava le farsette, satire assonanzate, in versi, da poter imparare a memoria e poi ripetere nelle case private.
Tumasi preparava inoltre strani vestiti consistenti in larghi mantelli ricavati mediante una paziente cucitura tra loro di rigidi tappi di bottiglia o di coperchi di coppe di gelato: dei veri «tessuti»

Era anche la gioia degli adulti.
Per esempio, a Carnevale, Tumàsi faceva esplodere tutto il suo estro poetico e organizzativo esibendosi nelle vesti di Corajisma, ricoperto di «drappi» di latta o di cartone, seguìto da un lungo codazzo di giovani spensierati.
Tutti ridevano a crepapelle all'apparire del suo gruppo che, in quella circostanza, rompeva la tranquillità del paese.
Per il resto dell'anno Tumàsi lo si vedeva seduto a lu “scaluna” per intrattenere con i suoi arguti versi le persone che gli passavano davanti.
Ad esempio se passava una donna con un bimbo piangente, diceva: Cu' 'ndava, si dispera, cu' no' 'ndava, è disperatu. (Chi ne ha, si dispera, chi non ne ha, è disperato).
Se passava, ad esempio, l'ostetrica: Si vua mu campi filicia, hai mu stai luntanu d'a levatricia. (Se vuoi vivere felice, devi stare lontano dall'ostetrica).
C'era una frase per tutti, e tutti rispondevano con un saluto affettuoso e un sorriso.

Era un personaggio, Tumàsi, che sapeva tutto di tutti, era un vaso di raccolta delle tradizioni più antiche, delle feràgule (le favole), dei dittèri di San Floro.
Lo stesso suo modo di parlare era genuinamente "antico" nei vocaboli usati.
Scarcella era una biblioteca umana delle filastrocche, delle serenate che la notte venivano urlate con la voce accompagnata dall'organetto campagnolo; insomma una biblioteca del patrimonio linguistico di questo nostro paese.

Una delle occupazioni giornaliere di Tumàsi consisteva nel confezionare bellissimi cestini portapane o portafrutta con finissima rafia, per regalarli poi agli amici nelle disparate circostanze.
Nell'imminenza della festa delle Palme, egli si dedicava anche alla confezione di artistiche parme, con foglie primaticce di palma variamente intrecciate, che regalava alle fanciulle.

A sera, facendosi spazio tra una catasta di vecchi scatoloni, nei quali erano rinchiusi i suoi «tesori» (v'erano dentro i rari > da utilizzarsi a Carnevale) raggiungeva il suo giaciglio, mai rifatto dopo il sonno precedente, per sdraiarsi, mentre in un braciere, d'inverno, ardevano pochi carboni accesi,
Furono forse questi la causa di un incendio che, proprio nei primi giorni di dicembre del 1977, provocarono la distruzione totale di tanto «patrimonio» e lo costrinsero a lasciare forzatamente San Floro, per essere ricoverato nell'Ospedale Civile «A. Pugliese» di Catanzaro.
Qui vi rimase fino al 14 gennaio 1978, quando Tumasi chiuse gli occhi per sempre.

Alle sue esequie non c'erano parenti, non ne aveva, ma c'erano tutti i sanfloresi.
Il popolo lo pianse e lo salutò:
«Addio Tommaso Scarcella! I tuoi concittadini ti porgono l'estremo saluto; la tua terra ti accoglie nel suo grembo; la Patria, che hai fedelmente servito, ti annovera tra i figli migliori! Ti accolga il Signore nella sua pace, e possa tu essere felice nel suo regno per quanto fosti infelice quaggiù».


testi, foto e citazioni dai seguenti testi:
> San Floro, nel solco del passato - Antonio Bressi
> Ciao San Floro - Domenico e Feliciano Paravati
> San Floro - Salvatore Guerrieri
  • scarcella 1
  • scarcella 2
  • scarcella 3
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Vincenzo Lamorèa - il capopolo
vincenzo lamorea

Anche a San Pelagio (leggi San Floro) ci sono state le rivoluzioni.
Le ultime, a memoria d'uomo, quelle per le terre del Solerìa* e per la Strada 88.
In testa, Vincenzo Lamorèa, una specie di capopopolo che aveva fatto la guerra d'Abissinia e nel paese era ritornato come "quello che aveva visto altre cose, lontane un'eternità da San Pelagio" e con un ascendente presso i braccianti diventato piano piano molto grande.
Accanto a Lamorèa i contadini non avevano paura di nessuno.
Quando venne il momento, la folla, armata di zappe, prese la strada argillosa di Casteddhitoni e poi invase la piana del Solerìa, di prima mattina, con il sole ancora sul mare.
Fu l’inizio di un più vasto movimento che portò alle prime misure di riforma agraria, con la conseguente abolizione del latifondo nel Mezzogiorno).
Ma non si ripetè l'eccidio di Melissa, la conquista del Solerìa fu pacifica.
Le zappe cominciarono a volteggiare nel cielo, quasi festosamente; e poi si immersero nella terra.
Per Lamorèa la conquista del Solerìa confermò il suo carisma, che da allora non è venuto mai meno.
Ebbe anche incarichi amministrativi in San Floro (vice sindaco e consigliere) e visse con semplicità nella sua piccola casa tra i vicoli del borgo sempre rispettato da tutti.

Fonte: “Ciao San Floro, Ciao Calabria” di Domenico e Feliciano Paravati

*Il nome "Solerìa" è effettivamente associato, nella tradizione locale, a un territorio dell'istmo catanzarese che avrebbe compreso la valle del Corace, San Floro, Borgia, Tiriolo e le colline prospicienti il golfo di Squillace.
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Feliciano Paravati
Feliciano

Feliciano Paravati pur risiedendo a Roma, è sempre presente nei momenti salienti della vita di San Floro.
Lo si riconosce, con le sue attrezzature fotografiche, in tutte le manifestazioni (culturali, ludiche, religiose, commemorative) organizzate nel paese.
Ne ha ricavato negli anni un imponente archivio di immagini a cui si aggiunge una galleria di ritratti fotografici dei cittadini di San Floro.
Non solo foto ma anche oggetti antichi, dagli attrezzi di frantoio ai costumi tipici paesani e tutto ben conservato e catalogato nel suo “Al Frantoio”, un vero museo tra ricordi e fotografia, un posto che almeno una volta val la pena visitare.
Dall’amore di Feliciano per la propria terra nasce anche il libro “Ciao San Floro, Ciao Calabria”, scritto con il fratello Domenico, che raccoglie aneddoti, fatti storici e informazioni davvero interessanti su San Floro e su altri paesi calabresi.
Un personaggio quindi di rilievo la cui opera contribuisce ad aumentare e migliorare la visibilità del paese.



p.s.l’indirizzo del Museo è Via Mazzini, 7 – San Floro
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La mascotte di San Floro
Salvatore

A San Floro basta dire "Salvatore" e tutti sanno di chi si parla.
Salvatore è a tutti gli effetti la mascotte del paese, presente in prima linea in tutte la manifestazioni e camminando per i vicoli in qualsiasi momento lo vedrai apparire o sentirai la sua inconfondibile voce.

Una persona di una affettuosità incredibile, sempre sorridente e pacifico.

Se vede un nuovo arrivato subito si avvicina per presentarsi con tanto di stretta di mano e abbraccio.

Si, Salvatore è un "abbraccione" e ricambiarlo diventa naturale e spontaneo.

Salvatore, essendo sempre presente, è anche un pò il banditore del paese, sempre informato su fatti e persone.

A testimonianza di quanto è ben voluto, in occasione dei suoi 60 anni il paese ha voluto dedicargli una gran festa!

Se lo incontrate salutatelo e abbracciatelo, ne proverete soddisfazione.
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