Oggi...
Un fiore all'occhiello di San Floro è la produzione e lavorazione della seta, dall'allevamento dei bachi sino al prodotto finale.
I tanti telai ed attrezzi di uso comune donati dalle famiglie di San Floro hanno fatto nascere un museo apposito.
Nel 2014 nasce l'azienda Nido di Seta.
riportiamo dal www.nidodiseta.com :
"Nido di Seta è una realtà produttiva specializzata nell’allevamento del baco e nella produzione serica. Ha sede a San Floro, in provincia di Catanzaro, ma coinvolge nella sua filiera artigiane e artigiani, bachicoltori e bachicoltrici attivi in tutta Italia.
Il cuore dell’azienda sono il gelseto e la filanda, oggi in piena attività: qui l’intera filiera, dalla materia prima al prodotto finito, si svolge in un unico luogo, permettendoci di seguire ogni fase con cura.
Nel corso degli anni abbiamo costruito un network internazionale, collaborando con istituti di ricerca e centri di produzione in diverse parti del mondo, mantenendo sempre un legame profondo con il territorio in cui tutto è nato.
A fianco della produzione, offriamo esperienze che permettono di entrare nel mondo della gelsibachicoltura e della tessitura della seta, per scoprire un patrimonio fatto di storia, gesti e persone.
La nostra missione è semplice: far rivivere un sapere quasi perduto, valorizzando le risorse del territorio e costruendo un modello di sviluppo sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale. "
Molto spesso istituti scolastici e gruppi turistici organizzano visite guidate nell'azienda, nel museo e anche nel paese!
I tanti telai ed attrezzi di uso comune donati dalle famiglie di San Floro hanno fatto nascere un museo apposito.
Nel 2014 nasce l'azienda Nido di Seta.
riportiamo dal www.nidodiseta.com :
"Nido di Seta è una realtà produttiva specializzata nell’allevamento del baco e nella produzione serica. Ha sede a San Floro, in provincia di Catanzaro, ma coinvolge nella sua filiera artigiane e artigiani, bachicoltori e bachicoltrici attivi in tutta Italia.
Il cuore dell’azienda sono il gelseto e la filanda, oggi in piena attività: qui l’intera filiera, dalla materia prima al prodotto finito, si svolge in un unico luogo, permettendoci di seguire ogni fase con cura.
Nel corso degli anni abbiamo costruito un network internazionale, collaborando con istituti di ricerca e centri di produzione in diverse parti del mondo, mantenendo sempre un legame profondo con il territorio in cui tutto è nato.
A fianco della produzione, offriamo esperienze che permettono di entrare nel mondo della gelsibachicoltura e della tessitura della seta, per scoprire un patrimonio fatto di storia, gesti e persone.
La nostra missione è semplice: far rivivere un sapere quasi perduto, valorizzando le risorse del territorio e costruendo un modello di sviluppo sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale. "
Molto spesso istituti scolastici e gruppi turistici organizzano visite guidate nell'azienda, nel museo e anche nel paese!
Particolare rilevanza ha la produzione di grano biologico e dei suoi derivati (macinati a pietra nel mulino locale) come il pane di segale "Iermano" e il pane "Brunetto", prodotto da forno locale vincitore di diversi premi e riconoscimenti su scala nazionale (premio roma 2019) .
Dall’operazione di crowdfunding lanciata nel 2016 da Stefano Caccavari per avviare il primo Mulinum a San Floro ha preso forma il progetto di una startup agricola che vuole replicare, grazie a una raccolta fondi permanente e in continua espansione, il modello calabrese in ogni regione italiana, adeguandolo “ogni volta” alle tipicità locali.
Mulinum è un’azienda agricola nata in Calabria dal sogno di dar vita a una filiera del grano completa e controllata in ogni suo passaggio, che parte dalla coltura in biologico di varietà di semi esclusivamente locali per arrivare alla produzione di farine integrali, macinate a pietra. Successivamente le farine vengono trasformate in pane secondo “antiche ricette e con l’utilizzo di lievito madre” e in prodotti da forno dolci e salati.
Mulinum lavora, ogni giorno, per il rinascimento della coltura italiana del grano, mettendo al centro la biodiversità dei semi e la ricchezza delle loro proprietà, che restano integre grazie alla macinazione a pietra. La grande distribuzione interessata a farine e pani di qualità e i panificatori che hanno scelto di utilizzare solo grani antichi locali sono i suoi naturali intrelocutori. Mulinum, infine, vende direttamente e al dettaglio sul suo shop online, a San Floro e in tutti gli altri luoghi dove sorgerà una sua struttura
fonte: https://mulinum.it/
Dall’operazione di crowdfunding lanciata nel 2016 da Stefano Caccavari per avviare il primo Mulinum a San Floro ha preso forma il progetto di una startup agricola che vuole replicare, grazie a una raccolta fondi permanente e in continua espansione, il modello calabrese in ogni regione italiana, adeguandolo “ogni volta” alle tipicità locali.
Mulinum è un’azienda agricola nata in Calabria dal sogno di dar vita a una filiera del grano completa e controllata in ogni suo passaggio, che parte dalla coltura in biologico di varietà di semi esclusivamente locali per arrivare alla produzione di farine integrali, macinate a pietra. Successivamente le farine vengono trasformate in pane secondo “antiche ricette e con l’utilizzo di lievito madre” e in prodotti da forno dolci e salati.
Mulinum lavora, ogni giorno, per il rinascimento della coltura italiana del grano, mettendo al centro la biodiversità dei semi e la ricchezza delle loro proprietà, che restano integre grazie alla macinazione a pietra. La grande distribuzione interessata a farine e pani di qualità e i panificatori che hanno scelto di utilizzare solo grani antichi locali sono i suoi naturali intrelocutori. Mulinum, infine, vende direttamente e al dettaglio sul suo shop online, a San Floro e in tutti gli altri luoghi dove sorgerà una sua struttura
fonte: https://mulinum.it/
Un territorio naturalmente vocato
San Floro si trova sulle colline che dominano la valle del Corace, a circa 260 metri sul livello del mare, con esposizioni ben soleggiate e un clima mediterraneo mitigato dalla vicinanza del Mar Ionio. Queste condizioni favoriscono la coltivazione dell'olivo insieme a vigneti, agrumeti e frutteti.
Le caratteristiche ideali sono:
- terreni collinari ben drenati;
- inverni generalmente miti;
- estati calde e ventilate;
- buona escursione termica tra giorno e notte.
Questi elementi permettono di ottenere olive sane e ricche di sostanze aromatiche.
Una coltivazione tradizionalmente familiare
A differenza di altre zone della Calabria dove esistono grandi aziende olivicole, a San Floro prevale ancora una struttura fatta di
piccoli appezzamenti;
oliveti tramandati di generazione in generazione;
produzione destinata soprattutto al consumo familiare o alla vendita diretta.
Un olio poco conosciuto ma di qualità
L'olio prodotto a San Floro raramente raggiunge la grande distribuzione.
È invece venduto:
- direttamente dai produttori;
- ad amici e conoscenti;
- nei mercati locali;
- durante manifestazioni enogastronomiche.
Proprio perché deriva spesso da raccolte limitate e lavorazioni rapide, è generalmente un prodotto molto apprezzato da chi lo conosce.
Il ruolo dell'olivo nel paesaggio
L'olivo contribuisce fortemente all'identità del territorio.
Passeggiando nelle campagne di San Floro si incontrano:
- ulivi secolari;
- terrazzamenti;
- muretti a secco;
- piccoli poderi misti con fichi, gelsi e agrumi.
San Floro si trova sulle colline che dominano la valle del Corace, a circa 260 metri sul livello del mare, con esposizioni ben soleggiate e un clima mediterraneo mitigato dalla vicinanza del Mar Ionio. Queste condizioni favoriscono la coltivazione dell'olivo insieme a vigneti, agrumeti e frutteti.
Le caratteristiche ideali sono:
- terreni collinari ben drenati;
- inverni generalmente miti;
- estati calde e ventilate;
- buona escursione termica tra giorno e notte.
Questi elementi permettono di ottenere olive sane e ricche di sostanze aromatiche.
Una coltivazione tradizionalmente familiare
A differenza di altre zone della Calabria dove esistono grandi aziende olivicole, a San Floro prevale ancora una struttura fatta di
piccoli appezzamenti;
oliveti tramandati di generazione in generazione;
produzione destinata soprattutto al consumo familiare o alla vendita diretta.
Un olio poco conosciuto ma di qualità
L'olio prodotto a San Floro raramente raggiunge la grande distribuzione.
È invece venduto:
- direttamente dai produttori;
- ad amici e conoscenti;
- nei mercati locali;
- durante manifestazioni enogastronomiche.
Proprio perché deriva spesso da raccolte limitate e lavorazioni rapide, è generalmente un prodotto molto apprezzato da chi lo conosce.
Il ruolo dell'olivo nel paesaggio
L'olivo contribuisce fortemente all'identità del territorio.
Passeggiando nelle campagne di San Floro si incontrano:
- ulivi secolari;
- terrazzamenti;
- muretti a secco;
- piccoli poderi misti con fichi, gelsi e agrumi.
Ieri...
Una tradizione di San Floro era la lavorazione della ginestra (il fior gentile di Leopardi) che nei mesi di maggio-giugno colora le montagne ed espande il suo profumo tutt'intorno.
In particolare si sfruttava la corteccia dei rami, dalla quale si otteneva una fibra tessile adatta per la preparazione di corde grosse e resistenti, tele per coperte rustiche e sacchi.
La ginestra si raccoglieva nel periodo estivo, quando era matura e in grado di dare una fibra più pregevole.
Di buon mattino le donne si recavano a raccogliere i rami armate di roncola ('a runcheddha”) e tra rupi, sterpi e rovi si districavano alla ricerca dei lunghi steli delle ginestre di due anni, che davano maggiore resistenza alla fibra.
La lavorazione lunga e paziente era articolata in più fasi:
> La selezione sommaria dei rami
> La bollitura fino a quando fino a quando lo stelo della ginestra cambiava colore
> L’ammollo nel fiume per raffreddarli
> Lo scortecciamento
> La battitura (su una pietra liscia, con l'ausilio di un grosso bastone)
> L’essiccamento
> La “spatulatura” si eseguiva con un arnese di legno foggiato a coltello senza taglio “a spatula”, con il quale si vibravano colpi da l'alto in basso sulla fibra, per ricavarne la manna, la parte più pregevole.
> La cardatura, necessaria per ottenere fibra per tessuti di più pregiata fattura (veniva eseguita con due tavolette cui erano infissi dei chiodi sporgenti con la parte acuminata (u cardu).
> La filatura eseguita col fuso (u fusu)
> L'arcolaio (u nimulu) - si avvolgeva il filato ai cannuoli ricavati da un pezzo di canna compreso tra due internodi, per essere poi ordito e tessuto. La stessa cosa si faceva per avvolgere il filato alle piccole canne, (i cannieddhi), che, inseriti dentro la navetta, servivano per la trama.
Questo era il preliminare, prima di passare alla lavorazione, col telaio o manualmente (ccù i ferra).
fonte: "San Floro - Nel solco del passato" di A.Bressi
In particolare si sfruttava la corteccia dei rami, dalla quale si otteneva una fibra tessile adatta per la preparazione di corde grosse e resistenti, tele per coperte rustiche e sacchi.
La ginestra si raccoglieva nel periodo estivo, quando era matura e in grado di dare una fibra più pregevole.
Di buon mattino le donne si recavano a raccogliere i rami armate di roncola ('a runcheddha”) e tra rupi, sterpi e rovi si districavano alla ricerca dei lunghi steli delle ginestre di due anni, che davano maggiore resistenza alla fibra.
La lavorazione lunga e paziente era articolata in più fasi:
> La selezione sommaria dei rami
> La bollitura fino a quando fino a quando lo stelo della ginestra cambiava colore
> L’ammollo nel fiume per raffreddarli
> Lo scortecciamento
> La battitura (su una pietra liscia, con l'ausilio di un grosso bastone)
> L’essiccamento
> La “spatulatura” si eseguiva con un arnese di legno foggiato a coltello senza taglio “a spatula”, con il quale si vibravano colpi da l'alto in basso sulla fibra, per ricavarne la manna, la parte più pregevole.
> La cardatura, necessaria per ottenere fibra per tessuti di più pregiata fattura (veniva eseguita con due tavolette cui erano infissi dei chiodi sporgenti con la parte acuminata (u cardu).
> La filatura eseguita col fuso (u fusu)
> L'arcolaio (u nimulu) - si avvolgeva il filato ai cannuoli ricavati da un pezzo di canna compreso tra due internodi, per essere poi ordito e tessuto. La stessa cosa si faceva per avvolgere il filato alle piccole canne, (i cannieddhi), che, inseriti dentro la navetta, servivano per la trama.
Questo era il preliminare, prima di passare alla lavorazione, col telaio o manualmente (ccù i ferra).
fonte: "San Floro - Nel solco del passato" di A.Bressi
”Nientemeno più prezioso, e per la copia, e per la perfezione egli è il raccolto delli Fichi. Principia egli nel mese di Giugno, e si allunga fin all'altro di Decembre, sempre l'une succedendo all'altre, con vicendevole intralciamento; altre nere, altre bianche, altre brune, altre rossaccie, tutte però così dolci, che filano dalla creduta bocca stille di miele e, come se per filarlo non bastasse una sola apertura su'l capo, sovente ancora si stracciano per i fianchi”.
Così scrisse il padre cappuccino Giovanni Fiore da Cropani nel suo libro ‘Della Calabria illustrata’ a proposito dei fichi.
San Floro è stata terra di eccellente produzione di questo frutto.
Notevole era la produzione di fichi secchi
Albero da frutto tra i più antichi, ritenuto originario dell'Asia Minore, in India era considerato albero sacro, così come nell'antica Grecia, dove era trattato con grande rispetto, perché ritenuto dono degli dèi.
Di questi frutti pare fosse ghiottissimo anche Omero, che nell'Odissea dedica splendidi versi al “soave fico nettareo”.
Il fico dà il suo frutto due volte l’anno:
A giugno il fico fiore, rosso all'interno, che non si può seccare nè mettere in serbo per l'inverno.
Il fico vero poi matura in agosto.
In questo mese nei cortili, negli orti e anche sulle finestre e sui tetti bassi si notavano graticci di ginestra (maruotti), su cui i fichi venivano posti a seccare al sole.
Una volta seccati venivano infilati in spiedini di canna, dando origine ai pittieri, alternando i fichi bianchi con quelli neri.
I fichi vengono tuttora seccati anche spaccandoli in mezzo fino al picciuolo, ma lasciando le due parti unite.
Riempiti con noci e infornati, diventano squisite ‘crucietti’.
Il fico seccato al sole era l'equivalente dell'attuale caramella, e i bambini li tenevano in grande considerazione.
Esso era anche il pane quotidiano per tante famiglie povere, che lo utilizzavano come principale alimento quotidiano.
Così scrisse il padre cappuccino Giovanni Fiore da Cropani nel suo libro ‘Della Calabria illustrata’ a proposito dei fichi.
San Floro è stata terra di eccellente produzione di questo frutto.
Notevole era la produzione di fichi secchi
Albero da frutto tra i più antichi, ritenuto originario dell'Asia Minore, in India era considerato albero sacro, così come nell'antica Grecia, dove era trattato con grande rispetto, perché ritenuto dono degli dèi.
Di questi frutti pare fosse ghiottissimo anche Omero, che nell'Odissea dedica splendidi versi al “soave fico nettareo”.
Il fico dà il suo frutto due volte l’anno:
A giugno il fico fiore, rosso all'interno, che non si può seccare nè mettere in serbo per l'inverno.
Il fico vero poi matura in agosto.
In questo mese nei cortili, negli orti e anche sulle finestre e sui tetti bassi si notavano graticci di ginestra (maruotti), su cui i fichi venivano posti a seccare al sole.
Una volta seccati venivano infilati in spiedini di canna, dando origine ai pittieri, alternando i fichi bianchi con quelli neri.
I fichi vengono tuttora seccati anche spaccandoli in mezzo fino al picciuolo, ma lasciando le due parti unite.
Riempiti con noci e infornati, diventano squisite ‘crucietti’.
Il fico seccato al sole era l'equivalente dell'attuale caramella, e i bambini li tenevano in grande considerazione.
Esso era anche il pane quotidiano per tante famiglie povere, che lo utilizzavano come principale alimento quotidiano.
In autunno entravano in azione a San Floro i troppiti (frantoi) per la molitura delle olive.
Operazione compiuta con macchine rudimentali e con mezzi ormai in disuso.
Nel frantoio c'era una grande vasca circolare, nel cui centro si ergeva un'asse robusta collegata, attraverso un'altr'asse trasversale, a due robustissime macine di pietra scalpellata e modellata in modo che la loro mole facesse presa sulle pietre che lastricavano la vasca.
Dall'asse verticale centrale sporgeva all'infuori della vasca una trave orizzontale, alla quale veniva aggiogato un mulo o un cavallo, per far girare in senso antiorario la pesante mola.
Nella vasca veniva immessa una quantità di olive corrispondente a 'na macina (una macina), circa tri tumani (tre tomoli) equivalenti a una resa in livri (libbre) di olio, tale da mettere in condizione di valutare l'andamento dell'annata.
Nel frattempo sul focolare del frantoio cuocevano, in una capace pignata (pignatta), i gustosi fagioli che, versati in una 'nzalatera e conditi con abbondante olio, venivano consumati dai frantoiani (i troppitari) accompagnati dal pane di granturco o di grano e un buon bicchiere di vino.
Quando le olive poste a macinare erano ormai molite, attraverso un apposito sportello al bordo della vasca, veniva tolta la “pasta” che i frantoiani con abili mani immettevano 'nte i cuoffi (fiscoli), dischi di ruvide corde che, posti su di un carrello gli uni sugli altri, venivano poi portati al torchio dal quale si sprigionava l'olio.
Questo, unito ad acqua, andava a finire in una vasca, dalla quale à curatulu (il capo dei frantoiani) con una coppa (criscia) separava l'olio galleggiante sull'acqua sotto l’occhio attento del proprietario delle olive.
Al proprietario del frantoio spettava una livra di olio per ogni macina (1 lt e 1/4) e il resto era del padrone.
dal libro "San Floro, nel solco del passato" di A.Bressi
Operazione compiuta con macchine rudimentali e con mezzi ormai in disuso.
Nel frantoio c'era una grande vasca circolare, nel cui centro si ergeva un'asse robusta collegata, attraverso un'altr'asse trasversale, a due robustissime macine di pietra scalpellata e modellata in modo che la loro mole facesse presa sulle pietre che lastricavano la vasca.
Dall'asse verticale centrale sporgeva all'infuori della vasca una trave orizzontale, alla quale veniva aggiogato un mulo o un cavallo, per far girare in senso antiorario la pesante mola.
Nella vasca veniva immessa una quantità di olive corrispondente a 'na macina (una macina), circa tri tumani (tre tomoli) equivalenti a una resa in livri (libbre) di olio, tale da mettere in condizione di valutare l'andamento dell'annata.
Nel frattempo sul focolare del frantoio cuocevano, in una capace pignata (pignatta), i gustosi fagioli che, versati in una 'nzalatera e conditi con abbondante olio, venivano consumati dai frantoiani (i troppitari) accompagnati dal pane di granturco o di grano e un buon bicchiere di vino.
Quando le olive poste a macinare erano ormai molite, attraverso un apposito sportello al bordo della vasca, veniva tolta la “pasta” che i frantoiani con abili mani immettevano 'nte i cuoffi (fiscoli), dischi di ruvide corde che, posti su di un carrello gli uni sugli altri, venivano poi portati al torchio dal quale si sprigionava l'olio.
Questo, unito ad acqua, andava a finire in una vasca, dalla quale à curatulu (il capo dei frantoiani) con una coppa (criscia) separava l'olio galleggiante sull'acqua sotto l’occhio attento del proprietario delle olive.
Al proprietario del frantoio spettava una livra di olio per ogni macina (1 lt e 1/4) e il resto era del padrone.
dal libro "San Floro, nel solco del passato" di A.Bressi