Il fico...al contrario
A San Floro, in una delle nicchie laterali dell'antico Palazzo Costa c’è un fico che non conosce regole.
Non nasce dalla terra morbida di un campo, ma da una ferita di pietra, sospeso tra muri antichi e silenzio.
Le sue radici cercano spazio dove spazio non c’è, aggrappate a un vecchio palazzo che il tempo ha consumato lentamente.
Eppure vive. Anzi, cresce.
Sembra quasi un albero capovolto: invece di salire dal basso verso il cielo, scende dall’alto come un pensiero ostinato, una mano verde che vuole tornare alla vita.
Tra quelle pietre consumate dal sole e dalla pioggia, il fico racconta qualcosa di antico:
che la natura non chiede permesso,
che la vita trova sempre una crepa dove entrare,
e che anche i muri più vecchi possono ancora custodire primavera.
Non nasce dalla terra morbida di un campo, ma da una ferita di pietra, sospeso tra muri antichi e silenzio.
Le sue radici cercano spazio dove spazio non c’è, aggrappate a un vecchio palazzo che il tempo ha consumato lentamente.
Eppure vive. Anzi, cresce.
Sembra quasi un albero capovolto: invece di salire dal basso verso il cielo, scende dall’alto come un pensiero ostinato, una mano verde che vuole tornare alla vita.
Tra quelle pietre consumate dal sole e dalla pioggia, il fico racconta qualcosa di antico:
che la natura non chiede permesso,
che la vita trova sempre una crepa dove entrare,
e che anche i muri più vecchi possono ancora custodire primavera.
Ammirando questo "fico ribelle" viene da inventarci sopra un racconto:
"Nei vicoli stretti di un piccolo borgo della Calabria, dove le case sembrano nascere direttamente dalla roccia, c’era un vecchio palazzo abbandonato che tutti chiamavano “u palazzu du ficu”.
Nessuno ricordava più chi ci avesse abitato. Le finestre erano chiuse da decenni, l’intonaco cadeva a pezzi e le rondini avevano preso il posto degli uomini. Ma dal muro più alto, dentro una grande nicchia di pietra, cresceva un fico selvatico.
Non cresceva come gli altri alberi.
Pareva scendere dal cielo.
I vecchi del paese dicevano che fosse nato da un seme portato dal vento o lasciato da un uccello di passaggio. Altri raccontavano invece che lì, tanti anni prima, una donna avesse nascosto un fico maturo durante la guerra, come ultimo dono per i figli.
Estate dopo estate, il fico continuava a vivere senza terra e senza cure. Le sue radici entravano nelle fessure dei muri antichi, stringendosi alle pietre come mani.
I bambini del borgo lo guardavano con meraviglia.
“Comu fa a campare accussì?” chiedevano.
E i più anziani sorridevano piano:
“È Calabria… qua pure le pietre imparano a dare vita.”
Così il vecchio palazzo rimase in piedi ancora per anni, custodito da quell’albero impossibile che cresceva al contrario, tra il silenzio del tempo e il profumo dolce dei fichi selvatici."
"Nei vicoli stretti di un piccolo borgo della Calabria, dove le case sembrano nascere direttamente dalla roccia, c’era un vecchio palazzo abbandonato che tutti chiamavano “u palazzu du ficu”.
Nessuno ricordava più chi ci avesse abitato. Le finestre erano chiuse da decenni, l’intonaco cadeva a pezzi e le rondini avevano preso il posto degli uomini. Ma dal muro più alto, dentro una grande nicchia di pietra, cresceva un fico selvatico.
Non cresceva come gli altri alberi.
Pareva scendere dal cielo.
I vecchi del paese dicevano che fosse nato da un seme portato dal vento o lasciato da un uccello di passaggio. Altri raccontavano invece che lì, tanti anni prima, una donna avesse nascosto un fico maturo durante la guerra, come ultimo dono per i figli.
Estate dopo estate, il fico continuava a vivere senza terra e senza cure. Le sue radici entravano nelle fessure dei muri antichi, stringendosi alle pietre come mani.
I bambini del borgo lo guardavano con meraviglia.
“Comu fa a campare accussì?” chiedevano.
E i più anziani sorridevano piano:
“È Calabria… qua pure le pietre imparano a dare vita.”
Così il vecchio palazzo rimase in piedi ancora per anni, custodito da quell’albero impossibile che cresceva al contrario, tra il silenzio del tempo e il profumo dolce dei fichi selvatici."
La Corajisima
Si trattava di una sorta di “bambola rituale”, costruita con stoffe vecchie, legnetti e spesso vestita di nero o con colori del lutto. Veniva appesa ai balconi, vicino alle porte o nelle cucine dal Mercoledì delle Ceneri fino a Pasqua.
La figura rappresentava:
* la Quaresima personificata;
* il tempo di digiuno e penitenza dopo il Carnevale;
* una presenza quasi “magica” e protettiva della casa.
In molte versioni aveva:
* un volto cucito grossolanamente;
* un fuso o della lana tra le mani;
* un’arancia, un limone o un fico secco alla base;
* sette penne di gallina, simbolo delle sette settimane quaresimali. Ogni domenica se ne toglieva una fino all’arrivo della Pasqua.
- La tradizione a San Floro
A San Floro questa usanza è stata recuperata negli ultimi anni come patrimonio della memoria popolare.
Nel 2022 è stata anche organizzata la mostra:
“Paese che vai, corajisima che trovi”, dedicata proprio alle pupattole quaresimali calabresi, con decine di esemplari provenienti da diversi paesi della regione.
Questo conferma che la “Corajisima” non era soltanto una credenza religiosa, ma un vero elemento identitario della cultura contadina locale.
- Tra leggenda e paura popolare
Nella tradizione orale calabrese, la Corajisima aveva anche un lato inquietante:
* serviva a “tenere lontano” il male e gli spiriti;
* ricordava ai bambini il periodo di sacrificio e digiuno;
* in alcuni racconti popolari “osservava” il comportamento della famiglia durante la Quaresima.
Per questo spesso veniva descritta come una vecchia magra, severa e silenziosa.
- Un simbolo del mondo contadino
Questa figura racconta molto della Calabria rurale di un tempo:
* il rapporto con il calendario religioso;
* il passaggio tra Carnevale e Pasqua;
* il bisogno di scandire il tempo attraverso simboli semplici e visivi.
Oggi la Carjisima viene riscoperta soprattutto in eventi culturali, musei della tradizione e rievocazioni folkloristiche.
La figura rappresentava:
* la Quaresima personificata;
* il tempo di digiuno e penitenza dopo il Carnevale;
* una presenza quasi “magica” e protettiva della casa.
In molte versioni aveva:
* un volto cucito grossolanamente;
* un fuso o della lana tra le mani;
* un’arancia, un limone o un fico secco alla base;
* sette penne di gallina, simbolo delle sette settimane quaresimali. Ogni domenica se ne toglieva una fino all’arrivo della Pasqua.
- La tradizione a San Floro
A San Floro questa usanza è stata recuperata negli ultimi anni come patrimonio della memoria popolare.
Nel 2022 è stata anche organizzata la mostra:
“Paese che vai, corajisima che trovi”, dedicata proprio alle pupattole quaresimali calabresi, con decine di esemplari provenienti da diversi paesi della regione.
Questo conferma che la “Corajisima” non era soltanto una credenza religiosa, ma un vero elemento identitario della cultura contadina locale.
- Tra leggenda e paura popolare
Nella tradizione orale calabrese, la Corajisima aveva anche un lato inquietante:
* serviva a “tenere lontano” il male e gli spiriti;
* ricordava ai bambini il periodo di sacrificio e digiuno;
* in alcuni racconti popolari “osservava” il comportamento della famiglia durante la Quaresima.
Per questo spesso veniva descritta come una vecchia magra, severa e silenziosa.
- Un simbolo del mondo contadino
Questa figura racconta molto della Calabria rurale di un tempo:
* il rapporto con il calendario religioso;
* il passaggio tra Carnevale e Pasqua;
* il bisogno di scandire il tempo attraverso simboli semplici e visivi.
Oggi la Carjisima viene riscoperta soprattutto in eventi culturali, musei della tradizione e rievocazioni folkloristiche.
U "Vicu e Vitu"
Girovagando tra le stradine di San Floro ci si imbatte in un vicolo che misura poco più di 60 cm e che collega Corso Margherita con il parallelo Costo Garibaldi.
Inutile dire che ci si può camminare solo a "senso unico" 😅
Tempo addietro all'ingresso di questo vicolo stazionava un uomo di nome Vito che allietava passanti e residenti suonando con il suo organetto.
Un personaggio caratteristico e piacevole per cui, alla sua morte, all'ingresso del vicolo è stata apposta una targa a sua memoria intitolata appunto "U vicu e Vitu" (Il vicolo di Vito).
Inutile dire che ci si può camminare solo a "senso unico" 😅
Tempo addietro all'ingresso di questo vicolo stazionava un uomo di nome Vito che allietava passanti e residenti suonando con il suo organetto.
Un personaggio caratteristico e piacevole per cui, alla sua morte, all'ingresso del vicolo è stata apposta una targa a sua memoria intitolata appunto "U vicu e Vitu" (Il vicolo di Vito).
"Sutta l'urmu"
NI VIDIMU SUTTA L'URMU (Ci vediamo sotto l'olmo)
MA L'OLMO DOV'È?
Lo sanno anche i neonati a San Floro: Sutta l'urmu è la piazzetta panoramica del paese, un vero e proprio balcone sulla valle del Corace.
Sutta l'urmu è dunque il punto più vivo di San Floro.
Ma dov'è l'olmo? Ora ci sono alberi ben diversi, ma pare che l'olmo si trovasse dando le spalle all'esterno e guardando la chiesa, davanti alla parte sinistra del castello.
Viene da chiedersi: perché quell'olmo a San Floro?
Qui il discorso si fa affascinante.
L'olmo, alla fine del Settecento, quando le idee della Rivoluzione francese e poi di Napoleone arrivarono anche nel Regno di Napoli, rappresentava la libertà. Questi olmi furono piantati in vari paesi del Sud, o almeno in quelli dove i ceti più colti ma anche aristocratici o possidenti erano riusciti ad imporre la voglia di cambiare regime.
Dunque anche a San Floro fu piantato l'albero della libertà?
È almeno possibile che anche qui ci sia stato qualche fermento e che l'albero sia riuscito a salvarsi dai sanfedisti che nei primi di marzo del 1799 saccheggiarono e sottomisero Borgia e, proseguendo verso Catanzaro molto probabilmente passarono da San Floro.
(Fonte: “Ciao San Floro” di Domenico e Feliciano Paravati)
MA L'OLMO DOV'È?
Lo sanno anche i neonati a San Floro: Sutta l'urmu è la piazzetta panoramica del paese, un vero e proprio balcone sulla valle del Corace.
Sutta l'urmu è dunque il punto più vivo di San Floro.
Ma dov'è l'olmo? Ora ci sono alberi ben diversi, ma pare che l'olmo si trovasse dando le spalle all'esterno e guardando la chiesa, davanti alla parte sinistra del castello.
Viene da chiedersi: perché quell'olmo a San Floro?
Qui il discorso si fa affascinante.
L'olmo, alla fine del Settecento, quando le idee della Rivoluzione francese e poi di Napoleone arrivarono anche nel Regno di Napoli, rappresentava la libertà. Questi olmi furono piantati in vari paesi del Sud, o almeno in quelli dove i ceti più colti ma anche aristocratici o possidenti erano riusciti ad imporre la voglia di cambiare regime.
Dunque anche a San Floro fu piantato l'albero della libertà?
È almeno possibile che anche qui ci sia stato qualche fermento e che l'albero sia riuscito a salvarsi dai sanfedisti che nei primi di marzo del 1799 saccheggiarono e sottomisero Borgia e, proseguendo verso Catanzaro molto probabilmente passarono da San Floro.
(Fonte: “Ciao San Floro” di Domenico e Feliciano Paravati)